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Custodia condivisa: una leadership che va oltre noi stessi


Proseguendo questa serie sulla leadership etica, abbiamo esplorato la Coerenza, la Responsabilità coraggiosa, l’Umiltà trasformazionale e, più recentemente, il Servizio prima dello status. Ognuno di questi valori ha suscitato conversazioni significative, e ciò che continua a emergere è che la leadership non è mai un atto solitario. È sempre relazionale, connessa e capace di plasmare più di quanto riusciamo a vedere.


Questo ci porta al valore successivo della serie: la Custodia condivisa.


Per me, la custodia inizia con un semplice cambio di prospettiva. La leadership non è qualcosa che possediamo. È qualcosa che ci viene affidato. Custodiamo responsabilità, non privilegi. Influenziamo persone, sistemi e futuri che vanno ben oltre i nostri titoli o la durata dei nostri incarichi. E, che ci piaccia o no, le nostre decisioni si propagano. Incidono sulla fiducia, sulla cultura, sulla motivazione, sulle prestazioni e talvolta persino sulla direzione di intere organizzazioni.


La custodia condivisa significa riconoscere che la leadership non si ferma ai confini del nostro ruolo immediato. È un impegno verso qualcosa di più grande della descrizione del ruolo, delle ambizioni personali e di qualsiasi singolo leader.


Significa anche che non guidiamo mai da soli, ma con le persone che dipendono da noi, e spesso guidiamo attraverso di loro.


Guidiamo insieme ai nostri team, ai nostri partner, alle nostre comunità e persino tenendo presente il futuro – un futuro che pochissimi leader si prendono il tempo di considerare.


La custodia non consiste nel trattenere, ma nel prendersi cura e nel lasciare le cose migliori di come le abbiamo trovate. E naturalmente nel ricordare che l’autorità che esercitiamo oggi modellerà le condizioni che altri erediteranno domani.


Ho spesso detto che la leadership è una staffetta, non una performance. La domanda non è «Quanto lontano posso arrivare?», ma «Che cosa sto trasmettendo, e in quali condizioni?». Alcuni leader cercano di concentrare tutto intorno a sé e finiscono per creare dipendenza. I custodi fanno l’opposto: coltivano capacità, rendono gli altri più forti e progettano sistemi in grado di sopravvivere loro.


Questo valore invita anche a una riflessione più personale.


Quando prendo una decisione, penso soltanto ai prossimi 30 giorni o anche ai prossimi tre anni?


  • Tratto la leadership come un possesso o come una responsabilità?

  • Creo ambienti in cui le persone possano prosperare senza di me, oppure ambienti in cui dipendono da me?

  • Detengo il potere o lo custodisco per conto degli altri?


La custodia condivisa non è un’idea romantica: è molto pratica.


Le organizzazioni guidate da custodi hanno una continuità più solida, culture più sane, team più resilienti e un allineamento più chiaro allo scopo. Quando i leader comprendono di non essere proprietari, ma custodi della missione, tutto cambia. L’ego diminuisce. La responsabilità aumenta. E l’organizzazione diventa più saggia.


Mi piacerebbe molto conoscere le vostre riflessioni.


Dove avete visto la custodia all’opera?


E che cosa ha cambiato nella cultura o nelle prestazioni del team?

 
 
 

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